SOLO “SFOLLATI”?

Abbiamo tutti sentito parlare o abbiamo letto sul giornale preferito la parola “sfollati”. Sono varie le immagini e sensazioni che entrano nella nostra mente al sentire questa parola, come se dietro questa parola si nascondessero realtà poco piacevoli. In effetti è proprio così. Un po’ come quando, in preda a sentimenti di stizza ed impazienza noi diciamo ad un’altra persona o persone: “lasciami stare! Vattene! togliti di mezzo!”.

Nel mondo d’oggi gli sfollati non sono pochi. Secondo le statistiche, pubblicate dall’ ONU, gli sfollati si aggirano sui 50 milioni, ripeto milioni, di cui 30 circa sfollati all’ interno del loro territorio. In casa loro, per modo di dire. Non confondiamo questa categoria sociale con i tanti rifugiati, anch’essa una categoria che soffre profondi disagi causati da conflitti e persecuzioni e che, di conseguenza, si riversano in nazioni vicine o oltremare o attraversando diversi confini nazionali per mettere piede finalmente su un’altra territorio, diverso dal loro per storia, lingua, costumi ed abitudini. Ma i rifugiati vanno incontro, se fortunati, ad una regolarizzazione della loro posizione. Quest’ultimo aspetto non vale per gli sfollati, perché lo spostamento avviene all’ interno del loro territorio. Ma ugualmente abbandonano tutto per un futuro quanto mai incerto. In balia perfetta di un futuro sospeso per aria. Un futuro cieco! Sono i cosiddetti, secondo il gergo tecnico, “sfollati interni”.

Perché lasciano il loro territorio e si buttano allo sbaraglio? Perché le condizioni di vita nei loro territori è peggiorata a tal punto da non lasciare molte volte spazio per soluzioni che invocano se non sposamenti fisici. Ma perché così tanti spostati, sfollati nel mondo d’oggi?

Il tanto declamato (un po’ meno adesso per la diffusione capillare del Corona Virus) fenomeno della globalizzazione ha, infatti, penalizzato i paesi meno sviluppati e quelli più poveri. Perché di fronte alla sfida di una pandemia universale, i paesi benestanti hanno, da sempre, avuto l’ abitudine di fasciare le proprie ferite, senza badare alle necessità di paesi e popolazioni che non potevano usufruire delle solite garanzie di assistenza medico-ospedaliera. In questi paesi, anche in quelli meno sfortunati, esistono sì le farmacie. Ma per coloro che dispongono di mezzi insufficienti, vicini alla mera sopravvivenza soprattutto famiglie con bambini piccoli, il costo dei farmaci rimane proibitivo.

Non è che si voglia trasformare il fenomeno della globalizzazione in un capro espiatorio di tutti i nostri mali. Ma non c’è alcun dubbio che abbia manifestato la sua intrinseca debolezza. Il mondo non può continuare a dipendere da un fornitore in modo così decisivo. Quando questo fornitore (e tutti lo conosciamo) è responsabile per un forte inquinamento atmosferico. Mi hanno colpito le foto scattate da vari satelliti: prima dello scoppio della crisi, varie riprese fotografiche hanno evidenziato che le zone intorno a Milano e a Wuhan apparivano offuscate dall’ inquinamento atmosferico; le stesse zone, dopo il lockdown, con il forzato alt alla produzione industriale durato varie settimane, le stesse risultavano pulite, quasi terse!!

Potremmo difenderci da accuse sostenendo che il mondo industrializzato e sviluppato ha, da alcuni decenni, messo in atto programmi di aiuto alle nazioni o popolazioni indigenti. Vero. Anche se occorre subito aggiungere che le promesse, contenute nei vari programmi dell’ ONU o della Comunità Europea sono stati mantenuti solo in parte. Delle somme promesse solo una parte arriva a destinazione. Non sono mancate sperequazioni ed occultamenti da parte della classe politica dei paesi beneficiati. Fatalità umana che ha, in parte, smorzato l’ entusiasmo di enti pubblici e privati, esistenti nelle nazioni sviluppate. Non sufficientemente discussa è la presenza di compagnie europee ed americane che praticano una forma di neo-colonialismo nelle loro ex-colonie. Investono inizialmente i loro capitali, ma, poi, si portano via i profitti fino all’ultimo centesimo, investendoli altrove! Profitti accumulati, non poche volte, per una miopia dei diritti fondamentali di ogni lavoratore. E cioè, di percepire un giusto salario, atto non soltanto a sfamarli, ma a dar loro la possibilità di un progresso reale nelle loro condizioni di vita (scolarizzazione e iniziative a livello commerciale, chiaramente di dimensioni ridotte).

Con enorme soddisfazione personale, ho avuto la fortuna di leggere un testo dal titolo: “Earthly Mission. The Catholic Church and World Development” (2013), scritto da Robert Calderisi, un economista canadese di spicco. Nei suoi frequenti viaggi, in Africa, Asia e Sud America, ha potuto constatare quanto segue. In una narrazione quanto mai concreta, aderente all’esperienza reale durata vari decenni, ha desiderato sottolineare l’efficacia delle numerose iniziative di tanti missionari cattolici. Questi, con mezzi finanziari ridotti, esili se messi a confronto con quelli a disposizione degli agenti dell’ONU e della Comunità Europea, avevano un impatto maggiore e più duraturo sulle popolazioni locali. Una sorpresa dopo l’altra per l’autore del libro e anche per il sottoscritto.

Certo i missionari non possono arrivare dappertutto, soprattutto quando in diverse zone del mondo, la Chiesa Cattolica è presa di mira da forze contrarie alla diffusione del Vangelo della vita, che si traduce nella costruzione di ospedali, cliniche e centri di assistenza, anche in zone piuttosto inesplorate, fuori mano.

E allora, uno potrebbe anche chiedersi: come mai il numero di sfollati cresce in maniera preoccupante? Perché tutta quella gente si mette in cammino, senza una destinazione precisa, senza sostegni per il loro girovagare (se non pochi fagotti!), tartassati e ridotti in schiavitù da gruppi armati, specialmente donne, con i loro bambini? Perché?

Mi pare inutile ripetere ancora una volta che la povertà è una brutta consigliera. Ma si può proibire a loro di sognare, di entrare a far parte di quel mondo che forse hanno visto in televisione, tirando qualche lungo e tormentato respiro, nel tentativo di quasi prendere mentalmente una rincorsa verso nuovi orizzonti?! Il sogno di mondi migliori e non solo sotto l’aspetto economico, da sempre, è stato l’ appannaggio dell’ animo umano. E continuerà ad essere la molla invisibile di tanti sfollati.

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