Democrazia e valori evangelici

Al tempo di Gesù, la questione della democrazia era già stata posta, ma solo in una regione lontana dalla Palestina: la Grecia.

Dominata dall’impero romano, la Palestina era governata da uomini nominati o approvati da Roma: re Erode, i governatori Ponzio Pilato, Erode Antipa, Archelao, Filippo e il sommo sacerdote Caifa.

Ciò che appare nuovo con Gesù è una vecchia questione a cui da un approccio radicalmente diverso dai suoi contemporanei: il potere, già oggetto di riflessione dei filosofi greci, fin da Socrate. Al tema, Platone dedicò il libro “Repubblica” e Aristotele l’opera “Politica”.

Nel Vecchio Testamento, il potere è più che un dono divino. È il modo di condividere il potere di Yahweh. È attraverso i suoi profeti che il Signore sceglie e legittima i potenti. Ma nessuno di loro, a differenza che in Egitto e a Roma, fu deificato perché deteneva il potere. Sebbene scelti da Dio, i potenti rimasero fallibili e vulnerabili al peccato, come i casi di David e Salomone. Non si auto-divinizzavano come i faraoni egizi e i Cesare romani.

Perfino in Grecia, Alessandro Magno, nel disperato tentativo di mantenere l’unità dele sue conquiste, cercò di auto-divinizzarsi, pretendendo che i suoi soldati lo adorassero. Gesù introdusse un’altra visione del potere. Per lui non è una funzione di comando, ma di servizio.

Questo è ciò che dice in Luca 22:24-27: “I re delle nazioni le dominano, e coloro che le tirannizzano sono chiamati benefattori. Quanto a voi, non dovrebbe essere così; al contrario, il più grande tra voi diventa come il più giovane, e colui che governa come colui che serve… E io sono in mezzo a voi come colui che serve.”

Gesù ha dato l’esempio affermando che “ il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire”. (Mc 10, 41-45) e si inginocchiò per lavare i piedi ai discepoli. Ciò che ha portato Gesù a invertire la visione del potere è stata la domanda: a cosa deve servire il potere in una società disuguale e ingiusta? Alla liberazione dei poveri, ha risposto, alla guarigione dei malati, all’accoglienza degli esclusi. Questo è il servizio per eccellenza dei potenti: liberare gli oppressi e dare potere anche a loro.

Il potere è una prerogativa divina per il servizio degli altri e della comunità. Preso per sé, perverte. Una persona tende a scambiare la sua identità personale con l’identità funzionale. La carica che occupa diventa più importante della sua individualità. Per questo molti si aggrappano al potere perché rende possibile ciò che è desiderabile.

Il potente provoca venerazione e invidia, sottomissione e applausi.

Per evitare che il potente sia ubriacato dalla sua posizione, Gesù propone che egli osi sottomettersi alle critiche dei suoi subordinati.

Chi di noi è capace di questo? Quale parroco chiede ai suoi parrocchiani cosa pensano di lui? Quale leader di un movimento popolare chiede ai suoi seguaci manager di valutare le sue prestazioni nella carica? Quale politico chiede chiede ai suoi elettori di criticarlo? Gesù non ha avuto paura di chiedere ai suoi discepoli cosa pensassero di lui (Mt 16:13-20). La questione del potere è il cuore della democrazia. Essa significa, etimologicamente, governo del popolo, per il popolo. Tuttavia, nella maggior parte dei paesi, rimane ancora in una fase meramente rappresentativa.

Per diventare partecipativa, la democrazia deve essere un’espressione del rafforzamento dei movimenti popolari.

Un potere – quello dello stato o della classe dominante – ammette limiti ed evita abusi solo nella misura in cui deve affrontare un altro potere: quello del popolo organizzato. Questa è la condizione in cui la democrazia è la base della libertà individuale e dei diritti umani nella giustizia sociale e nell’equità economica.

È falsa la democrazia che da a tutti la libertà virtuale ed esclude la maggior parte dai beni economici essenziali, come l’accesso al cibo, alla salute, all’istruzione, alla casa, al lavoro, alla cultura e al tempo libero.

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