Hasta siempre, Lucho

Un lutto, anch’esso improvviso, ha segnato il 16 aprile anche la cultura e letteratura latinoamericane, ma non solo: la perdita di Luis Sepulveda.

La pandemia di corona virus che ha prodotto una infinita scia di lutti in tutto il mondo, si è portata via a 70 anni lo scrittore cileno, di ascendenze mapuche (da questo popolo patagonico veniva la madre) che aveva scelto la Spagna come sua seconda patria.

Con il paradosso che è stata poi l’Italia a farlo diventare popolare in tutto il mondo (i suoi libri sono sempre usciti prima tradotti in Italia da Guanda). Con la sua Guanda aveva poi dato vita a una collana di narrativa dal significativo titolo “La frontiera scomparsa” per far conoscere qui da noi scrittori spagnoli e latinoamericani, mentre a Gijon, dove viveva, è stato il promotore del Salone Iberoamericano del libro.

Lucho, questo il nome effettivo usato dai familiari e amici, non è stato solo lo scrittore che, tra gli altri libri, ci ha donato “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, che nel 1993 lo lanciò ala ribalta internazionale, e “Storia di una gabbianella e di un gatto che le insegnò a volare”, e “La fine della storia” del 1016, un originale affresco del Novecento, riletto da una prospettica cilena, anzi patagonica, nel quale si riflettono anche le sue vicende personali.

Un tema questo, poi sviluppato in “Storie ribelli”, e nella raccolta di articoli “Ingredienti per una vita di formidabili passioni”.

Ma oltre che impossibile sarebbe ingiusto ridurre la sua biografia a quella di semplice letterato e intellettuale. Lucho è stato anzitutto un combattente e un militante, anche come giornalista.

“Il peggior castigo è arrendersi senza aver potuto lottare”, diceva.

Pagò di persona con torture e l’esilio le sue scelte: dalla precoce esperienza guerrigliera in Bolivia con l’Esercito di Liberazione Nazionale, al ritorno in Cile con la vittoria di Unidad Popular di Salvador Allende nel 1970, e la partecipazione al GAP, il Grupo de Amigos Personales, il servizio di sicurezza del presidente, fino all’arresto all’interno della Moneda.

Rilasciato dopo mesi di torture e quindi riarrestato e di nuovo liberato a condizione di esiliarsi in Svezia, finì col riparare in Ecuador dove tra gli indios Shuar visse una esperienza fondamentale per la sua successiva militanza ambientalista.

Scelta che una volta in Europa dopo un passaggio nelle Brigate Bolivar in Nicaragua, lo porterà dal 1982 al 1986 a raccontare e partecipare a diverse campagne in mare con Greenpeace per gli oceani in pericolo.

Nel 1986 il ritorno in Cile, prima del definitivo trasferimento nel Vecchio Continente. Ma il Cile, e in particolare la Patagonia e l’Araucanìa, terra dei Mapuche, non uscirono mai dai radar dell’uomo, del militante e dello scrittore, e il suo lavoro ha contribuito ad accendere potenti riflettori su queste regioni e il loro popolo.

Anche quando la vena “favolistica” prese più spazio nella sua scrittura, Sepulveda spiegò: “Delle mie favole sono sempre protagonisti animali e questo, come in quelle antiche, ti permette di vedere da lontano il comportamento umano per comprenderlo meglio”.

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