Il vento non era invitato

Ai primi libri tradotti in francese cominciai a essere invitato da quelle parti a manifestazioni letterarie estive. Nel resto dell’anno il lavoro mi impediva gite.

In una occasione mi trovavo all’aperto, seduto accanto a scrittori che parlavano a turno della loro attività. Non ero in imbarazzo, non conoscendo nessuno. Prima di me parlò una scrittrice, non ricordo il nome. Era una signora elegante, ma questa non è un’osservazione sull’abbigliamento. A quel tempo non distinguevo un pigiama da un abito da sera. Portava un’aria austera, una solennità temperata. Non gradiva quel pomeriggio all’aperto. Pensava forse, come Arturo Toscanini, che all’aperto si possono suonare musiche da ballo con concerti. Si era alzato un allegro maestrale che s’infilava a sbuffi nel microfono durante il suo discorso. Lei lo proteggeva con le mani per poter proseguire. Terminò e toccava a me. Esordii dicendo che avevo osservato il suo gesto e per allusione avevo imparato una cosa nuova sugli scrittori. Proteggono la loro voce da interferenze esterne. Il vento non era previsto in scaletta né invitato, non doveva entrare.

Dissi che per me era il contrario. Il vento, maestrale o scirocco che fosse, era una voce. Spinta da mare, sole, nuvole, onde, masse d’aria in viaggio, non mi poteva venire in mente d’impedirle di sovrastare la mia voce.

Dissi che stanno nel lro migliore mezzo di trasporto, le parole al vento, e per questo furono dote di profeti. Citai Marina Zvetaeva, poeta preferita che così decide:” Ciò che non è bello al vento, è orribile”.

Accanto a me la scrittrice cominciava ad agitarsi, continuando a tenere a bada il vento dispettoso coi suoi capelli, mentre le mie parole svolazzavano a sbuffi, sincopate, da rubinetto intasato.

Proseguii dicendo che ogni mia pagina veniva da fuori, diventando scrittura dopo il passaggio attraverso i sensi. Nessuna idea astratta aveva fatto breccia nel mio cranio. Mi dichiaravo e sono ammiratore dei filosofi presocratici, che si cimentavano con il mondo e i fenomeni dell’universo. Ero indifferente al mondo delle idee di Platone.

Avevo esagerato, la scrittrice aveva citato un dialogo scritto da quel greco. Si alzò e si allontanò dal tavolo. Concentrato sul mio francese italianizzato, non me ne accorsi. Al termine definii quel mio discorso un intervento (intervention) perché c’era stata di mezzo la parola vento (vent). Fui anche applaudito.

Uno dei presenti mi avvicinò facendomi notare con un sorriso d’intesa che avevo mancato di rispetto alla scrittrice Madame taldeitali.

Risposi:” Lei ha mancato di rispetto al vento”.

All’epoca ero da schiaffi, oggi da lasciar perdere.

L’episodio mi viene in mente in questi giorni di isolamento dove più forte ascolto le voci della campagna in cui abito, il vento che soffia diverso, secondo la chioma dell’albero. Il terreno è fiorito di margherite a colonie, camminando cerco di calpestarne il meno possibile. “Come piccoli soli con i raggi bianchi”, le descrive una canzoncina yddish.

Anche schiacciate da un peso enorme per loro, si piegano e poi si rialzano, con l’aiuto del vento. Hanno una elasticità nelle fibre che ammiro.

Passerà questo tempo sospeso, torneranno i rumori meccanici, i motori in cielo, in mare e in terra, che non sono voci. Cercherò di conservare l’udito prensile di queste ore assorte.

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