Ulisse, Federico e Zorba

 

FUTURO POSSIBILE

 Il sogno si è avverato. Siamo tutti e quattro seduti al vecchio tavolo di quel che in Grecia chiamano taverna. L’oste ha duecento anni, i baffi spessi sopra una bocca generosa. Le rughe sul suo viso hanno la forma del sorriso, dello scherzo e della meraviglia. Non parla molto, il nostro oste. Ha smesso di parlare da tempo, da quando si è reso conto che gli altri non ascoltano. Colpa del vino? Colpa dei tempi che viviamo? Colpa di quello o quell’altro? Non gli importa. Nei suoi occhi capisci che la vita che ha vissuta gli basta e avanza. Ora si concentra sugli ordini, sulle brocche da riempire, sui taglieri da confezionare, sul pane da spezzare. Qui non si taglia il pane, compare! Si spezza come si fa dagli albori, da quando il mondo ha iniziato, ha iniziato a fare pane.
Sono eccitato anche se non lo faccio vedere. Stasera al tavolo siedono tre fra i miei parenti favoriti, quelli che ho conosciuto giovane e poi non c’era più salvezza! Che dopo, grazie e per colpa loro, non ho saputo rientrare nei ranghi. Li guardo seduti intorno a questo tavolo di legno che ha visto tanta di quella umanità appoggiare i gomiti, parlare di amore e di guerra, di santi e ladri, rovesciare bicchieri, bestemmiare, ridere a crepapelle, e poi perdersi in malinconie mai raccontate. Se i tavoli di taverna potessero parlare…
Eccoli qua i miei ospiti di una serata unica, irripetibile, folle. Eccoli qua Ulisse, Federico e Zorba. Nella mia dolce pazzia, sono nell’ordine il mio bisnonno, il mio nonno e il mio padre. È una rimpatriata di famiglia! Sono arrivati uno alla volta. Zorba era già seduto qui al tavolo quando sono entrato. Poi è arrivato Ulisse, infine Federico. Senza darsi arie, senza far capire agli altri commensali chi erano, di che stoffa erano fatti, da dove nella Storia erano sbucati. Gente come me e te. Solo l’oste, forse l’oste aveva capito chi erano. Per questo aveva portato subito una bella brocca stracolma di vino nero? E poi, dopo qualche istante, un piatto di prosciutto crudo e fogli di vigna e lumache di mare?
Come sempre nei momenti in cui ci si rivede dopo tanto tempo, i primi momenti sono di chiacchiera lieve, banale, giocosa. Tu come stai con la Penelope? E tu con la tua astrologia? E tu con le tue belle catastrofi? Che goduria stare li a sentirli, a guardarli, a emozionarmi…Nei loro sguardi quell’infinita intelligenza, nei loro gesti quell’atavica nobiltà, nelle loro parole l’essenzialità della vita. E alzare i calici e brindare e con le mani portare il cibo in bocca sempre sorridendo. E finire la brocca e chiamare l’oste che già aveva capito e arrivava con una nuova brocca stracolma di vino nero. Il vino nero della grande isola a ponente, dove greci romani saraceni franci e ispanici avevano lasciato tracce indelebili. Il nero d’Avola.
Il primo a prendere la parola fissandomi negli occhi, fu Federico.
“Allora nipotino, dicci perché ci hai chiamato qui! Sai, io sono dovuto partire da Castel del Monte qualche giorno fa’ per giungere in questa bettola dell’Epiro. Spero non sia stato per un capriccio!”
Mi sentivo un po’ sotto soggezione. Non avevo ancora una risposta pronta. Mi salvò Zorba…
“Ehi, grande Imperatore Germanico, già di stare insieme noi tre – e guardava verso Ulisse – grazie a questo fanciullo è una gran bella cosa! Erano anni che lo sognavo un momento come questo”.
“Hai ragione Zorba”, interruppe Ulisse, “non mettiamo il ragazzo sotto pressione. Ma anche io sono curioso di sapere il perché della nostra riunione qui. Anche se per me, era abbastanza facile arrivare da Itaca fino a qui, uno scherzo insomma! E tu, Zorba, ne avrai fatti di chilometri per raggiungerci…”
“beh, ero dalle parti di monte Athos, con quei poveri disgraziati che non conoscono il profumo di una donna quando si spoglia… Ero li lavorando per sistemare un po’ le loro trasandate casupole, che tutti chiamano monasteri, con tanto di riverenza. Ma casupole sono, e mal costruite anche. Ma lasciamo perdere. Per me, la chiamata del figliolo era come una liberazione. Anche i monaci capiscono che un padre deve rispondere presente quando il figlio chiama”.
Non so per quale miracolo, ma da quando i miei avi avevano cominciato a parlare, non sentivo più rumori nella sala. Gli altri commensali continuavano a mangiare, bere, parlare, ma è come se fossero dall’altra parte di un muro invisibile che tutto zittiva. Un muro che solo l’oste avrebbe attraversato ogni volta che portava una nuova brocca di vino e qualche stuzzichino.
Ora sapevo che toccava a me.
“Allora, cari miei, se vi ho chiamato a raduno stasera, è perché sono in mezzo a un guado nel fiume della mia vita. Il mondo in cui mi barcameno sta andando completamente alla deriva. Stiamo segando il ramo su cui stiamo seduti. Per assurdo, la progressione della civiltà umana ci ha portato a distruggere la terra sulla quale e dalla quale viviamo. Come avreste voi mai potuto immaginare una tale stupidità, una tale ignoranza, e temo un tale menefreghismo della specie umana? Avete idea?”.
Presi il mio calice e bevvi un lungo sorso. Ne avevo bisogno, la mia gola era secca…
Il primo a prendere la parola fu Zorba.
“Che coglioni questi miseri uominicchi! Come fanno a non vedere che i loro credi, le loro fedi, la loro arroganza porta il mondo alla catastrofe finale? Una catastrofe che questa volta non chiamerei fantastica…” strizzando l’occhio a Federico. “Dov’è finita l’empatia, la chiaroveggenza, il buon senso comune? È dio possibile che esista solo ‘sta sete di denaro, di potere, di sopraffazione che sembra governi il mondo odierno? Ma le emozioni, la meraviglia, il mistero, la santa paura di essere solo piccoli grani di sabbia sulla spiaggia della vita, ma dove sono finiti?”.
Quello era mio padre! Quello era il mio idolo!
Fu Federico a rispondere.
“L’uomo, da che è uomo, è sempre stato il proprio peggiore nemico. Non bisogna troppo fidarsi della specie umana. Proprio per quella ‘santa paura’ di cui parlavi, Zorba”. Bevve dal calice. “Quel misero animale, non so per quale ragione, ha sempre aspirato a essere dio. E non nascondo che anch’io, temo, per questa sua ambizione. In quel momento, si perde il senso della realtà, si parte in quarta a padroneggiarsi della vita, a farla diventare schiava. La vita! Questa incommensurabile e misteriosa meraviglia…”.
Sentivo una vena di tristezza mentre si fermava per bere un altro goccio di vino.
“Se ve ne parlo di questa meraviglia, è perché mi sono lanciato nella ricerca folle di dare un senso all’universo. Nel mio castello ottagonale laggiù nella mia amata Puglia, passo giornate intere a cercare…non so neanche veramente cosa…”.
Lo interruppe Ulisse.
“Caro pronipote, che non sapevo neanche di avere, per quante donne ho fertilizzato nella mia interminabile vita… E giù una strizzata d’occhi a Zorba. “Come forse saprai, non sono mai stato un gran che in filosofia. Ho solo sempre cercato in modo molto pratico di ‘tornare a casa’. Se ho un po’ di esperienza, è solo nel saper sbrigarsi nelle più complicate situazioni. Cosi sono riuscito a salvare la pelle e tornare alla mia amata Itaca. Tu sai di cosa parlo, non è vero pronipote, perché ci sei stato…”.
Fitta di nostalgia.
“Certo che so, che quei giorni sull’isola sacra, fra Frikes e Marmaka, fra gli ulivi secchi e le nobili capre, fra vini antichi e vecchi marinai, non me li scorderò mai…Ma continua Ulisse!”.
“Bene. Tu poni domande pesanti. Come Federico, non ho una grande stima della stirpe umana. Soprattutto oggi, che sembra si sia riprodotta in modo esagerato! Troppi esseri umani per vivere su questo pianeta in questo modo…”. Ulisse anche lui si prese il calice e lentamente lo svuotò nella sua bocca. “Ah, che bene che fa il vino nella gola! Bon… Perché caro Cristoforos”, – per primo pronunciò il mio nome, e ne fui contento – “ non pensare che visto che sono parte dell’antichità, non seguo le cose odierne. Vedo tristemente come stanno le cose. E vedo che le cause del disastro in arrivo sono tante e complicate. Non so, forse con il contributo di Federico e Zorba stasera, e il tuo, troveremo qualche cosa, qualche intuizione…ma sono pessimista. Sempre stato!”
“Anch’io sono pessimista”, ammisi. “Anche se sono giovane in paragone a voi! Ma vedo che lo status quo è troppo aggressivo. Troppo forti gli interessi dei potenti, che poi spesso e volentieri, non hanno neanche un nome, cognome, o indirizzo di casa. Sono costellazioni finanziarie e criminali….
Mi interruppe Zorba.
“Il pessimismo non serve a niente! È la scusa degli impotenti. Anche l’ottimismo è una robba dubbia. Fa pensare che il modo è come lo sogniamo. Ma non è così. Il mondo è quello che è… sembra una banalità. Ma se cominciamo a mettere a fuoco bene le cose che vanno e quelle che non vanno, si può forse cominciare a smantellare i muri che si erigono davanti a noi”.
“Hai ragione, Zorba”, disse pensieroso Ulisse. “Se penso a tutti i disgraziati affondati e morti sul fondo del Mediterraneo… cercavano solo un posto per vivere più tranquilli, più degni. Ma qui la dignità, è un pezzo che non la vedo più!”.
Senza brindare, alzammo tutti i nostri calici e bevemmo un lungo sorso, meditativo.
“Mettere insieme la distruzione del pianeta, la fame, le guerre, i rifugiati… può sembrare strano, ma non lo è”. Federico ci guardava negli occhi uno per volta. “La violenza esplicita e implicita che domina il mondo attualmente, ha delle radici ben precise. Vedo che l’uomo non ha imparato un granché, malgrado tutti i cosiddetti progressi fatti nei secoli passati, da quando anch’io cercavo di migliorare le cose. La scienza, la tecnologia, i diritti umani avrebbero dovuto portarci sulla via della pace duratura. Invece, vediamo tutti che non ha funzionato. Questo perché, semplicemente, la legge del più forte ha sempre avuto la meglio su qualsiasi utopia. Ormai con un sistema economico unico che ha bisogno di distruggere per andare avanti, siamo forse oltre il punto di ritorno…”.
“Ma allora che facciamo?”. So che stavo usando la frase più scontata della storia umana. “Lasciamo perdere, ci ubriachiamo, e andiamo a fare chiasso sotto la sede della banca nazionale? Balliamo un ultimo tango, come sul Titanic la notte del naufragio?”. Ulisse si schiarì la gola.
“Momento! Io la vedo così: guardiamo in faccia tutte le sfaccettature di questo disastro in atto. Facciamo delle distinzioni, organizziamo un po’ più precisamente i vari componenti che ci hanno portato al dramma che vive l’umanità e la Terra. lasciamo perdere se siamo ancora in tempo o no. Vediamo intanto dove potremmo incidere. Facciamo un elenco delle nostre azioni, e vediamo l’impatto che hanno sull’andazzo generale”.
“Bravo, Ulisse, vecchio filibustiere!” esclamò Zorba. “Così mi piace. Rimbocchiamoci le maniche, vediamo che battaglia scegliere e avanti popolo! Andiamo a combattere i mulini a vento, come il buono Don Chisciotte!” riesce sempre a mettere un po’ d’allegria, questo padre ideale!
“Attenti amici, che le battaglie si combattono a diversi livelli”, disse Federico. “non vi è dubbio che ogni persona, nel suo intimo, nelle sue scelte personali, può contribuire a raddrizzare un po’ le cose. Ma servono anche delle politiche diverse. Vedete, se fosse come al tempo sul Sacro Romano Impero, deciderei di eliminare tutti gli strati di comando e di governo che sono ridicoli di fronte all’emergenza che viviamo. Imporrei un governo della Terra, che non sia una società di singoli governi che, come si è visto e si vede tutt’ora, non pensano che ai loro sporchi comodi. Un governo della Terra che sappia dare delle regole ferree sul ‘management’ globale, come si dice oggi”.
Sentire quella parola inglese in mezzo al discorso del vecchio imperatore ci fece sorridere.
“Continua, o grande Imperatore, continua!”. Zorba era affascinato dal discorso avviato.
“Beh, intanto stabilendo precisamente la scala delle priorità, e anche dei valori. So che oggigiorno, parlare di valori sembra un po’ démodé, ma se individuano delle priorità, poi per metterle in atto, serve eccome una scala dei valori all’opposto di quelle che oggi fanno girare il mondo”.
L’oste arrivò con l’ennesima brocca di vino. Avevo perso il conto..
“Quando parlo di valori, parlo di una cosa molto concreta e anche pratica. Per lottare contro le bassezze ataviche dell’uomo, si devono trovare valori forti, valori che sappiano tenere a bada l’egoismo, l’avidità, la sopraffazione, la violenza, la sete di potere – e guardate chi parla!”, disse Federico ridendo.
“Il nodo fondamentale è superare l’individualismo e lavorare per il bene comune”.
“Niente da eccepire, caro”, sorrise Ulisse. “Ma ti faccio presente che tutte le esperienze in questa direzione, si sono fatte benedire dalla Storia. E malgrado il tuo punto di vista, Zorba, io sono pessimista nel vedere avverarsi un giorno luminoso nel quale l’umanità si sveglierà gentile e altruista. Piuttosto, da vecchio naufrago, lasciatemi dire che credo di più nelle punizioni. Questa umanità avida di benessere materiale va colpita nel portafoglio! Si cominci a far pagare una tassa sulle azioni nocive per il futuro del pianeta. Ma tanta di tassa! Sul petrolio, sulle armi, sulla chimica, sui metalli preziosi che servono per fabbricare tutte quelle diavolerie tecnologiche”, disse puntando al mio smart-phone appoggiato sul tavolo. “La lista è lunga, ma va fatta per vedere il costo ecologico di tutte le cose, i gadget, i mobili, i macchinari, che usiamo pagando sempre un prezzo irrisorio”.
La testa mi girava un po’. Saranno state queste idee, o il vino? Mi permisi di aprire bocca.
“Ma ci vorrebbe una rivoluzione inimmaginabile, per arrivare a questo! Mi viene di sognare che si trovi una droga che possa alterare l’essere umano e farlo diventare buono, calmo, senza più pretese di comandare e di controllare tutto. Una droga che uccida sul nascere ogni istinto violento, ogni voglia di dominare, ogni espressione di odio. Ma è solo un sogno folle…”.
“Mica tanto, figliolo!” mi abbracciò Zorba. “Mi hai fatto pensare che forse già ce l’abbiamo questa droga…Si chiama creatività! Si chiama arte, musica, danza, letteratura, teatro e tutte le espressioni gratuite dell’ispirazione!”. E con nostra grande sorpresa, ecco Zorba tirare fuori da sotto il tavolo, il suo amato Bauzouki. E di cominciare a suonarlo. Dolcemente, piano piano, il tempo di farci riflettere sulle cose dette.
Vidi Federico chiudere gli occhi, un sorriso sulle labbra. Ulisse sembrava pronto a ballare, aspettava solo che partisse il Sirtaki. Mi tornarono in mente le serate di festa a Kioni, Stavros, Xinovrissi, con tutte le generazioni avvinghiate in quel ballo inebriante della cultura greca e mediterranea.
“Bene. Ma prima di cominciare a ballare, posso avere un ultimo pensiero, un ultimo consiglio, prima che torniate nella profondità della Storia?”, supplicò.
Zorba smise di suonare, e guardammo verso Ulisse.
“Cristoforos, comincia a guardare alle cose che fai, ogni giorno. vedi dove puoi diventare più ‘leggero’, meno vorace, meno assassino delle forme di vita. Impara la sufficienza, impara a saper dire ‘basta così’, e prova di contaminare i tuoi amati e i tuoi vicini”. Un dolce sorriso si era fatto largo sul viso del vecchio esploratore, una dolcezza che mi fece caldo al cuore.
“Però giovane”, era ora Federico a parlare. E mi sembrava un po’ più rigido a un tratto, “ti devi anche sporcare le mani con la politica! Troppo facile pensare ai propri comportamenti, per virtuosi che siano. Non serviranno a niente, se non c’è in contempo un cambiamento delle regole del gioco a livello planetario. Quindi, informati, rifletti, impegnati con altri, partecipa all’individuazione di nuovo parametri e di nuovi metodi di governo. So bene che la buona vecchia democrazia occidentale è stanca e malata, ma ti devi dare da fare per farla ripartire in modo costruttivo. Fai il vero cittadino!”.
Agli ordini, vostra magnificenza! Mica roba da poco…
Fu allora che Zorba mi abbracciò forte.
“Ricordati di ringraziare la vita, quando ti alzi la mattina! Stringila più forte che puoi, come una amante! Di forte alla gente che il Re è nudo – scusa la metafora Federico! -, che non ci sono santi e non ci sono paradisi al di fuori dei tuoi simili, al di fuori di Madre Terra! canta di gioia, ridi di gusto, mangia e bevi come Gargantua! E quando ti sembreranno troppi i pesi della vita, quando vedrai quello che volevi essere e quello che sei diventato, quando entrerà senza bussare la tristezza nel tuo cuore, allora prenderai uno strumento in mano e inizierai a ballare!”
E in un salto, Zorba era in mezzo alla sala, in mezzo ai commensali, e il bouzouki si accendeva sempre di più, e il mio grande papà si mise a fare uno poi due poi dieci passi di danza. Finché la gente si alzò e iniziò il magico cerchio del Sirtaki, e in un momento tutta la vita era qui in questa sperduta taverna della Grecia profonda, e la vita ballava anche lei…

Christoph Baker, scrittore.

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