L’ORSO

Era nipote di Peppe l’orso, figlio di Luigi l’orso ed era orso più del nonno e del padre. Pesava centosei chili e portava quarantacinque di scarpe. I peli gli uscivano fuori dal colletto della maglia, aveva i capelli lunghi e la barba alla Fidel.

Era alto un metro e ottantanove.
Da più piccolo non era proprio così ma quasi. Quando Peppe Altieri, si chiamava così, s’ era presentato davanti a Saverio Luciani per farsi ammettere a giocare negli allievi della squadra del paese il vecchio ex giocatore di grandi squadre non lo mandò via subito solo per non farlo avvilire davanti ai compagni e se lo fece passare davanti al tavolino in fila con tutti gli altri:
“Come ti chiami?”
“Altieri Giuseppe”.
“Ah, sei figlio a Luigi!”
“Si”.
“Quanti anni hai?”
“Sedici”
“Quanto sei alto?”
“Un metro e ottantatre”
“E quanto pesi?”
“ … novantacinque”
“Dove giochi?”
“Ala sinistra”.
“A posto. Mettiti assieme agli altri”.

Faceva già impressione. Era scuro di pelle e a sedici anni era irsuto tre volte tanto quegli altri. La leva delle giovanili rincominciava allora dopo un periodo di fermo di cinque o sei stagioni. La fila al tavolino dove Luciani prendeva gli appunti sui candidati non finiva più e mano a mano che gli passavano davanti: “Come ti chiami, quanti anni hai, quanto pesi, quanto sei alto, dove giochi, mettiti là con gli altri”, i bordi attorno al campo si riempivano di tute e magliette di colori diversi.
Erano le due di pomeriggio e di sicuro avrebbero finito coi riflettori. Conclusa la conta, all’inizio Luciani prese quelli che gli parevano più scarsi e li fece giocare nel ruolo che avevano detto. Aveva fischiato l’inizio e s’era distratto a guardare certi altri che seguitavano ad arrivare con le borse verso gli spogliatoi per cambiarsi e scendere al campo pure se stavano in ritardo; fece in tempo a riprendersi e a spostare la testa per evitare il pallone. Quando si voltò per vedere dove andava a finire, s’accorse che la palla l’aveva presa Peppe l’orso. Quella barra di lardo e peli s’era messa a ballare con la palla in mezzo ai piedi saltando a uno a uno gli avversari che gli s’erano ammassati addosso. Era uscito fuori dal mucchio e s’era messo a correre come un treno vicino all’out di sinistra. Faceva
polvere e sotto i tacchetti era un seguito di crocchiare e schizzare di sassi in mezzo al campo. Oramai stava solo e s’era potuto spostare un po’ più verso il centro della porta. Al limite dell’area piegò il busto in avanti, abbassò la spalla sinistra e tirò, probabilmente a occhi chiusi. Il portiere s’era buttato per terra con le mani sopra la testa. La palla era entrata, aveva strappato la rete dal gancio e il muro che stava dietro aveva rimandato il botto attorno al campo.

Era imprevedibile, veloce e potente.
Quando chiedeva la palla agli altri gliela passavano dovunque stesse e lui pensava a portarsela dove gli serviva per far torcere di paura chi gli si metteva davanti. Non ringhiava. Non faceva scorrettezze. Era perfetto in quasi tutto ma a un cristiano più largo che lungo e con tutti quei peli non gli potevi chiedere pure l’eleganza dei movimenti. Luciani sperava che gliene potessero toccare altri dieci che valessero almeno la metà dell’orso: “Così vinciamo il campionato e iniziamo alla grande!”
Vinto subito il torneo degli allievi regionali, Luciani si portò tutti quelli che rientravano nell’età al campionato degli Juniores. L’anno dopo certi compagni dell’orso avevano già giocato con la nazionale under diciotto e Scarpati, il portiere, era riuscito a farsi ingaggiare addirittura in serie B.

Peppe l’orso stava con la prima squadra in Promozione e se non fosse stato che dovettero vendersi le ultime due partite per non passare di categoria, sarebbe andato a giocare in serie D.
Costava troppo mantenere una squadra in serie D. Certe volte Luciani quando l’orso segnava anche tre gol nella stessa partita se ne andava via con la testa bassa. Non lo diceva a nessuno ma c’aveva provato in tutti i modi a portarlo alle squadre che contavano per farlo diventare un professionista: “Ma fermati un momento a vederlo! … E’ tutta un’altra cosa da come sembra! … Gioca da fuoriclasse! …E’ già pronto per la serie A! …” Se ne andavano appena lo vedevano in calzoncini e maglietta. Aveva la pancia e i fianchi che gli pendevano in fuori; i peli gli uscivano da tutte le parti. Portava barba e capelli lunghi e quelli se ne andavano due secondi dopo che era uscito dallo spogliatoio. Era successo già quattro volte.
Gianfranco Guspertoni gli doveva un favore. Infatti, ai tempi, Luciani l’aveva tolto dalle mani degli strozzini con metà dell’ingaggio che gli era toccato per il contratto nuovo. Poi l’aveva crocchiato di botte e ancora erano amici. Guspertoni adesso allenava una squadra che rischiava di retrocedere in serie B e una domenica che la gente s’aspettava di vedere giocare l’orso in Promozione, a una certa ora del pomeriggio la radio diceva: “Guspertoni richiama Bertolini e lo sostituisce con …” Mentre quell’altro si rimetteva seduto in panchina, di corsa dal corridoio degli spogliatoi si materializzava la stazza nera di Peppe l’orso. Furono pochi secondi nei quali sia in campo che fuori, videro il mastodonte che si faceva controllare i tacchetti sotto i longheroni che portava ai piedi e poi entrava coi capelli e la barba che gli ballavano mentre faceva gli ultimi salti per finire il riscaldamento in campo.
La squadra perdeva uno a zero a venti minuti dalla fine e i tifosi che avevano fatto lo sciopero muto per tutta la partita si misero a fischiare finché, passati nove minuti, non dovettero smettere; dopo aver segnato il pareggio, l’orso stava ballando e saltando come un assatanato proprio sotto la curva loro.
Smisero senza esultare e riuscirono a malapena a fare un po’ d’applausi quando la squadra dell’orso segnò il secondo gol e la partita finì in rimonta “due a uno”.
Da allora in poi, gli anni appresso, non era strano vedere certi titoli di giornale come: “L’orso trascina la squadra alle semifinale di coppa!”, “L’orso segna due gol al Manchester!”, “L’orso convocato in Nazionale!”
Saranno due o tre anni che ha smesso di giocare. E’ un po’ più magro di prima, s’è tagliato i capelli e la barba, conosce perfettamente tre lingue e si occupa di pubbliche relazioni per una nota multinazionale del settore petrolchimico.

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