Lo sguardo di un napoletano sulla sacra scrittura

Il Monte Sinai
Il Monte Sinai

Lo sguardo di un napoletano sulla scrittura sacra: perché importa che sia napoletano? Per esempio perché la mia montagna preferita è il Sinai, che ardeva come fanno i vulcani e io sono nato e cresciuto sotto uno di quelli.

Perché proprio il Sinai? Perché fu salito da un solo alpinista, che la toccò tre volte. Salì solo quella, prima di morire sull’ultima, sul Nebo.

Le montagne sono salite da molti scalatori e uno scalatore sale molte montagne: alpinisti e montagne hanno tra loro libere relazioni amorose.

Il Sinai e Mosè no, furono esclusivi uno per l’altra.

L’archeologia ha proposto varie identificazioni e nessuna certa. Il luogo del Sinai resta sconosciuto e questo aumenta la mia preferenza. Nessuno oltre Mosè potrà salirlo. Credo che non esista più, revocato dopo l’uso.

Un indizio lo trovo nel salmo 78 al verso 54. Si legge della divinità: har ze kantà ieminò/questa montagna acquistò la sua destra. Il verbo kanà è usato da Eva per il suo primogenito Caino: kaniti ish et hashem/ho acquistato un uomo presso Hashem. È un verbo di acquisto provvisorio, come il Sinai.

La prima metà del verso è: uaievièm el gvul kodshò/ e li condusse al suo confine santo. C’è un gvul, confine, tra la persona e la divinità. Sta sulla cima del Sinai e nella pietra di tavole scolpite, dove Mosè arriva al termine della salita e la divinità si fa trovare all’appuntamento. Quel gvul, confine, è tra loro reciproco e esclusivo. Lontano da lì quel confine si trova sulle labbra di chi avvia una preghiera.

Si sente il bisogno di pronunciare e ascoltare parole salde come i passi di chi sale in montagna. Dilagano parole friabili, portatrici di notizie false, di promesse subito tradite. Perciò sale domanda di parole valide che reggano il confronto e l’attrito con la realtà che è un suolo accidentato. Si cercano parole sulle quali fare affidamento.

Salgo montagne senza chiamata dall’alto. Obbedisco alla spinta dal basso che parte dal piede e mi allontana dal punto di partenza. In alto raggiungo la massima distanza dal suolo, dove la terra smette e inizia il cielo che non è alla mia portata. Sono completamente terrestre, da napoletano, abitante di un suolo sismico e vulcanico. In cima a una montagna tocco il bordo tra finito e infinito e torno indietro.

Faccio lo stesso con le mie letture quotidiane in Ebraico antico. Apro il libro e mi allontano dal mio luogo e dal mio tempo, raggiungo una distanza remota e la mantengo per la durata di un capitolo. Poi chiudo e inizio il giorno. Mi sono procurato una scorta di parole collaudate nel tempo.

 

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